“SPIRITUAL GUARDS” – Jan Fabre – Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio, Firenze

Nella culla del Rinascimento, nella città che da secoli ha ospitato e protetto geni di ogni tempo, è la voce di un ormai riconosciuto artista belga a offrirsi come “guardia spirituale” di Firenze dal 15 aprile al 2 ottobre 2016 – lo leggiamo bene sin dagli scarabei che, posti alle estremità del Forte Belvedere, vegliano sui nostri tetti sorreggendo una cima di pastorale o una croce.

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È una voce ermetica che nasconde, sotto timbri ora pacati ora inquietanti, una confessione struggente, una personale riflessione sull’esperienza di artista, di esserlo in particolar modo al giorno d’oggi –ed è una voce attenta fin dalla scelta dei luoghi ove lanciare la sua urlante, disperata preghiera di ascolto.

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Il manifesto artistico della visita di Jan Fabre a Firenze è la colossale Searching for utopia in Piazza della Signoria, teatro di quotidiane folle di turisti ma anche e soprattutto l’antica sede del potere mediceo -ed è appunto interessante notare il dialogo instaurato con la Storia dal gruppo scultoreo in bronzo al silicio: l’autoritratto dell’artista cavalca un’enorme tartaruga verso la propria meta (l’utopia), ponendosi quasi in asse con Cosimo I de’ Medici, che secoli prima si era servito proprio dello stesso animale nello stemma della propria flotta, accompagnandolo al motto di Festina lente per sottolineare una volta di più la natura del loro incedere, cauta ma determinata.

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Un primo omaggio nei confronti della città, dunque, che già molto suggerisce dell’opera di Fabre: dal materiale favorito in scultura alla fascinazione per il mondo animale -con il quale entrare in profonda e inevitabile comunione-, al grido sognante e camusiano del fare arte per rispondere alla fame di eterno, fino al coraggio di “metterci la faccia” letteralmente per raccontare sé stesso senza filtri.

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All’ombra della torre di Arnolfo di Cambio anche The man who misures the clouds sorride alla  tendenza del gruppo scultoreo appena analizzato nel tentare l’impossibile per arrivare a gustarne la vetta.

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Entrando in Palazzo Vecchio, i capolavori prestati da Jan sono in numero ridotto ma penetrano a fondo il cuore della sua poetica: leggiamone insieme una selezione.

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Skull with squirrel, 2012, misto di elitre di scarabeo gioiello, polimero, animale imbalsamato.

L’ossessione di Fabre per lo scarabeo scaturisce dalla sua corazza che protegge un corpo estremamente delicato, scudo equivalente a quelli materiali e immateriali che l’uomo da sempre costruisce per difendersi dal mondo esterno: nell’opera qui presentata lo stesso teschio è costituito da questa effimera protezione, e tiene fra i denti uno scoiattolo, specie oggi estremamente vulnerabile quanto quella dell’artista morso dalla critica dei contemporanei.

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Lo scarabeo è anche metafora del passaggio all’aldilà per gli antichi Egizi – ed è sulla poesia del nostro cammino di uomini, sospeso fra un istante di vita e l’eternità della morte, che si costruisce il Globo posto strategicamente a pochi passi da quello nella sala delle carte geografiche di Palazzo Vecchio.

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Globe, 1997, Buprestidi e scarabei dalle lughe corna su fil di ferro e ghisa.

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Segue l’invito di confronto nascosto nel quesito di Shall he forever stand with feet set close together?: l’opera restituisce l’immagine dell’artista di oggi come un soldato in armatura, che tenta di spiccare il volo con il proprio genio ma viene perennemente ancorato alla fragilità del mondo ove vive, costituito da acritiche barriere di indifferenza o pregiudizio nei confronti del primo.

Shall he forever stand with feet set close together?, 1997, corazza, fili di nylon, carapaci di scarabeo gioiello, specchio, pelle.

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