PAOLO E FRANCESCA – il V Canto della Divina Commedia secondo Gaetano Previati

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«Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Con incedere prostrato ma colmo di dignità Francesca da Rimini presenta, facendo sì «come colui che piange e dice», il rovinoso sbocciar dell’amore fra lei e il cognato Paolo Malatesta, muovendo e unendo noi medesimi al perpetuo e inconsolabile lamento dei dannati nel II Cerchio infernale.
È proprio nel corso di un nuovo, proibito incontro fra i due sventurati che il pittore Gaetano Previati, parimenti al tradito Gianciotto Malatesta, sorprende gli amanti, perduti e sconvolti nell’irresistibile morsa della passione, il tenero e letale sacrificio delle loro membra abbandonato sull’altare di Venere: pure, questa volta l’incontenibile ardore che li consuma infiamma anche un terzo cuore -quello del marito della nobildonna, che fatalmente trema d’ira e gelosia.

Prosegue Francesca il penoso racconto:

«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende

Colpendo furtivamente il rivale e rendendo così la viltà del suo ardire, Gianciotto Malatesta scaglia il nero tuono della propria vendetta sulla schiena di Paolo: il tiepido dardo che già trafisse i cuori dei due infelici è l’anima del pugnale che, ancora uniti, li mena «al doloroso passo» -e straziante è la commozione nel notare come la donna trattiene e raccoglie l’eco del loro primo, soavissimo palpito d’amore, portandosi la mano al petto.

«Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

È con la dolcezza di un bacio che il giovane si congeda ad un tempo dalla vita e dall’amata, l’abbandono sul suo petto scivola su quello di Proserpina con infinita e toccante poesia; parimenti, nell’ennesimo gemito di piacere Francesca esala l’ultimo respiro, le labbra spalancate in un urlo soffocato da onta e orrore assai più feroci di quelli del consorte:

« Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».

La solenne promessa di riscatto per Francesca è mantenuta nel trionfo eterno del legame con Paolo, inviolabile e inviolato persino dall’ultimo Giudizio.

Paolo e Francesca, Gaetano Previati, 1887, olio su tela, 98×227 cm, Accademia Carrara, Bergamo.

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